Festa del lavoro 2026: il tema della pace nel lavoro umano
Per la festa del lavoro 2026, i Vescovi italiani affrontano il tema cruciale del rapporto tra lavoro e pace in un momento storico caratterizzato da crescenti conflitti bellici. In un tempo come il nostro, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sulla condizione del lavoro e sulle inedite circostanze in cui l’attività umana oggi si trova.
L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra.
Il lavoro come grammatica della società
Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile.
Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona. Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27).
Le sfide attuali: energia, guerra e lavoro
Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica della società”, soffre di problemi significativi: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende.
Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace.
La differenza fondamentale tra costruire e distruggere
Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente; invece, l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli.
Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano. Le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare.
La responsabilità della pace per la festa del lavoro 2026
Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4).
Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari.
Le spese militari e la riconversione industriale
Il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità. Le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale.
È necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani.
Il venerabile Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita».
Il lavoro non può perdere la sua vocazione alla pace
Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.
Roma, 25 marzo 2026 – Solennità dell’Annunciazione del Signore
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE





